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La nuova poesia di Carmine Macchione di Sharo Gambino Stampa E-mail
martedì 27 ottobre 2009

La nuova poesia di Carmine Macchione di Sharo Gambino.

Sharo Gambino.jpg


"C'era da starne certi. E puntualmente è arrivata.

Dopo "Alica i mari", la prima e fortunata raccolta poetica di Carmine Macchione, edita dalla prestigiosa editrice Rubbettino, ecco la seconda "Luci e umbri", con la quale il docente emerito di geriatria all'Università di Torino, ora a riposo, si fa per dire, si provi ad immaginarlo, a Melo, mano in mano e la bocca aperta in uno smagliante sbadiglio...torna a riproporsi con più cipiglio: il suo verso è più maturo, ha ritmi più sciolti, il suo pensiero, la sua filosofia, la sua dottrina si sono ancor più avvicinati a quel mondo degli umili frequentato in passato, in mezzo al quale ha sorriso e gioito, ma anche conosciuto la sofferenza, la sopportazione, pure la rabbia, il cedimento mai disgiunto della speranza di ritrovare la vetta.

Carmine Macchione è di Tropea, il centro più cospicuo di quel comprensorio che ha nome Capo Vaticano, posto dei più celebrati dell'Italia turistica (turismo è anche buona cucina, buon vino, è bene ricordarlo): ha un centro storico di grande iteresse architettonico, palazzi sei-settecenteschi, chiese ricche come musei, risalenti a varie epoche, ha lo splendore di una natura vivace di colori, di sapore, di mare, di sole, richiama stranieri ogni stagione (rientrando in patria dopo Lepanto Miguel De Cervantes, padre di Don Chisciotte della mancia, vi avrebbe sostato per alcun tempo)...Ottimi motivi perché il nostro poeta se lo porti dentro, irrinunciabile, e tra la stesura di un saggio e un congresso, un viaggio di studio e una cavalcata, insieme a Noretta la moglie, sui sentieri dell'Astigiano, in vista delle langhe pavesiane, l'uomo di scienza ripensi al sole rutilante della sua infanzia e adolescenza, torni alle memorie antiche dove sono le radici dei suooi sentimenti. Puero homo.

Tropea, dunque, e la terra di Calabria, al fondo della sua cultura, dell'essere uomo arricchito nello spirito dall'intensità degli affetti familiari. E scrive versi col linguaggio, il dialetto, residuato delle lingue parlate dagli eserciti invasori che nei millenni occuparono il suolo calabrese per farsi tra loro guerra e prenderci il poco di cui disponevamo:

Nui simu ntra l'Italia, E fummu Greci puru E quanti nci ndi furu Genti Strani (...) E quanti autri Nazziuni Ndi vinnaru d'intornu di Orienti e Menzijornu e Tramuntana? Nci furu Saracini, Nci furu i Normanni E pe tanti e tant'anni Li Spagnoli. Nci furu lu Tudischi, Nci furu li Romani, Chi non ficiaru pani A chistu Celu. A l'urtimata poi Vinnaru li Francisi, Ndi vinnaru li Ngrisi, E tanti truppi, Prussiani, e Muscuviti; Vittimu li Pulacchi, E puru li Cusacchi Nci ndi furu. Di tutti chisti lingui Mi ndi pigghiai na picca, Vidi quantu su ricca di paroli.

Si esaltava, ed esaltava il suo dialetto così Giovanni Conìa (1752-1839), l'abate galatrese che deliziò il Lombroso con la "Canzona faceta".

A Tropea Macchione rivolge costante lo sguardo e raramente dà dimostrazione di preferire realtà altre. Difficilmente nelle pagine di "Alica i mari" prima, adesso in "Luci ed umbri", io stesso trovo occasione per conoscere ambiente diverso da quello in cui appassionatamente mi è sempre piaciuto vivere il tempo che mi è stato donato in sorte. Nella poesia di Melo Macchione trovo spiegata la mia realtà, il mio ambiente sociale, certo per questo tra noi due vi è consonanza sentimentale. Anch'io ho rimpianti per un mondo, quel mondo, lo stesso, non altro, che non c'è più, sommerso dall'alta marea della modernità consumistica, da Macchione rimpianto emblematicamente in "Nda arrobbaru 'u Natali", aperta metafora della soverchieria con cui è stata svuotata di sentimento la tradizione. Rimpianto non pianto. C'è nel poeta la consapevolezza, la coscienza che tutto è in transito, la vita degli esseri e delle cose è in continuo divenire. Si avverte l'appello di Corrado Alvaro nel momento in cui appariva ineluttabile la fine della civiltà contadina: nessuna lacrima, ma, chi poteva, raccogliere del passato che andava morendo, quanto più possibile perché se ne conservasse almeno la memoria. La poesia di Carmine Macchione sembra rispondere all'appello alvariano, divenuto l'undicesimo comandamento dei calabresi di cultura. Egli appunta tradizioni restate nella sua memoria (la cerimonia nuziale, i giocattoli, leggende della Madonna di Romania), ma pone l'impegno sulla qualità degli affetti, dei sentimenti, familiari o amicali che siano. L'amore sofferto...

Mi guardasti nu pezzu dintra l'occhj./ Eru mbacilatu e nun seppi/ quantu durò chiju sguardu,/ nu sicundu, n'ura, nu jornu, cent'anni./ Restò poi sulu nu ricordu. /E quandu na vota ncuntrai ancora i stessi occhj, /seppi ca iju avea duratu pi na vita ntera".

Macchione non si è mai allontanato dal paese pur vivendo tra gli agi e le comodità della grande città capoluogo del progredito Piemonte. E dico paese quello virtuale descritto nelle nuove pagine poetiche, e al quale mi piace attribuire come toponimo il titolo dell'autore escogitato per la roccolta "Luci ed ombre". Il paese (non manca il palazzo nobiliare, A casa du Conti) è la sua fonte ispirativa, il palcoscenico per far recitare gli attori scelti nella strada, secondo un espressione cinematografica, le loro storie romantiche, tristi. Nel paese virtuale possiamo vederlo assiso al focolare, sul tronchetto al margine dell'aia, non importa dove, e sentirgli raccontare le sue favole, che hanno protagonisti animali parlanti. Favole moderne, nuove nella soluzione, poco o niente a che vedere con gli intenti moralistici di Esopo, Fedro, Le Fontaine, Trilussa, anche Butera (di Conflenti), con cui condivide l'uso del dialetto. L'uomo è al centro della poesia di Macchione. L'uomo con il suo carico di certezze e incertezze, le speranze, le sofferenze. Un corteo di personaggi reali, veri, vivi, alle prese con le traversie da sempre storia dell'umanità, con la difficile arte del vivere, popola le vie del paese. Ritrovi racconti di storie antiche ridivenute nuove: della vedova bianca, del figlio spurtunatu, così altri. Si recita pirandellianamente, a soggetto. Persino Carnevale, la festa, è diverso da ogni altro Carnevale. Carnevale per Lorenzo Guerrini/Stecchetti doveva essere occasione per non scordarsi, non scordarsi mai, che c'è tanta gente all'ospedale. Macchione lo fa diventare tenero racconto, nel quale un quindicenne cerca nella folla mascherata, la fanciulla bella come madame de Pompadour di cui è innamorato, e che lo ignora perché a sua volta ama Luigi. Luigi ella cerca durante il ballo:

Cu l'occhj spiritati cercava a Luigi soj,

ma jeu nun eru u rre suli,

eru sulu vestutu di Pierrot

e taliandula mentri ballava

e arridea a gorgia china

tanto c'avea i gralimi nta ll'occhj,

jeu mindi nescea o largu

e sulu...ciangea sutta a luna china.

Ricco di sentimento il ricordo di Duccio, appena portato via da na malatia fitusa/chi t'astutò comu nu fulminanti/ sutta nu corpu i ventu. Per esprimere il cocente rimpianto per il collega lontano compagno di gite al mare, anarchico e scanzonato, col quale scambiava dischi di musica e libri, l'amico superstite a lui si rivolge col linguaggio familiare calabrese, metà italiano, metà dialetto:

Tindi jisti, tindi jisti

poviru amicu meu.

Tu amante della vita,

tu che ignoravi malizia e maldicenza

ora non ci sei più.

Tindi jisti accussì senza appariri,

senza cchiù vuci e senza cchiù palora.

L'occhj eranu ormai palora e vuci

E nto silenziu tindi jisti,

mprescia,mprescia

tantu c'a morti nun pari cosa vera.

Metà italiano e metà dialetto anche per Minou, che non era un parente, un amico, ma lo stesso, come se lo fosse: una gattina blu e magica, come una Gatta di Chagal, come una fata scomparsa all'improvviso, nel silenzio di un pomeriggio grigio, sula...pi non dari sconzu.

Macchione ha scritto una delle poesie sue più alte e belle, ricca di umano sentimento, ha descritto la propria sofferenza per la perdita dell'affezionata bestiolina con accenti accorati, e già quell'averla inserita nel mondo favolistico del grande pittore francese di origine russa è rivelazione di quello che nella sua giornata la povera Minou significava, uan pausa serena. Adesso si rimpiange il suo adunghiare la pelle del divano. Un epicedio in piena regola, che si conclude tra lacrime di vera sofferenza:

Ciau ninna, ninna, ninnarea mea,

Tindi isti ca dilicatizza i sempre

ti dei addormentata con un sorriso

senza dar fastidio alcun

comu nu prufeta anticu

Ma chi stai facendu gra pezzu i fissa

ciangi sulu picchì ti moriu a gatta.

Ma no...Perché è morta un'amica,

perché ho perso una compagna nei silenzi e nelle attese

ciangiu picchì moriu na vuci, nu sguardu,

ciangiu pittittu chistu

e nun aju virgogna mu fazzu.

Sui vecchi tetti bruniti del paese Luci e ombre le antenne tv acchiappano al passaggio le notizie del mondo: nelle case entra la politica, sui piccoli schermi Nanni Moretti, il regista di "Palombella Rossa", di "Caro Diario", si vede insieme ad un numero crescente di "girotondini" "giocare" "La bella lavanderina che lava i fazzoletti...per i poveretti, per carità" al girotondino di protesta contro il governo del cavaliere berlusconi (U girotondu); e il G8 Agnoletto fare il no global, protesta contro glo OGM (organismi geneticamente modificati), per i cibi transegici, che sanno di niente (Globalizzazione). Servizi, ovviamente, di Carmelo Macchione.

S'a gulia chi nd'ammucciamu nto cori

è co guvernu o cchjù prestu a mu mori

e si u priputenti volimu jettari

nun potimu surtantu ballari

ma u cocculu u dovimu appicciari.

Picchì,

dicimula tutta, parrandu cu veru,

u giratundu è prutesta...è passiuni vera,

è na forza spuntania e sincera,

ma a fini, tuttu chistu nun faci pinzeru. (da "U giratundu")


Jornu dopu jornu s'annichilisci a vita,

a genti poti avanzari sulu si staci anita,

di na manera ca globalizzaziuni

nun avi a esseri comu u mari mossu

du a menzu a tutti i cavalluni

u pisci grossu di chju ninnu si faci nu vuccuni. (da " Globalizzazione")

Con la politica, la cultura: la TV rievoca la scoperta dell'america, la guerra fascista in Africa, per andare alla quale gli affamati svuotarono la piazza del paese, andarono ad ammazzare altra povera gente con lo scopo di rubargli l'oro, l'argento, il petrolio, ma chi la scampò non conobbe mai il benessere. Sempre così:
Passanu l'anni ma a sonata è sempri a stissa

na guerra dopu l'atra e u populu è cchjù siccu

u riccu s'ingrassa e diventa cchjù riccu

frattantu a povera genta è gabbata e fissa.

Ritrovo in Luci ed Ombre lo spirito contestatario di un poeta alla cui notorietà sul nascere, all'inizio degli anni Cinquanta e poi nei Sessanta, ho dato un forte contributo. Dico, certo, di Bruno Pelaggi (1832 - 1912), lo scalpellino di Serra San Bruno, oggi vetta nel panorama culturale calabrese, che stanco di rivolgersi a destra e manca per ottenere giustizia sociale, finì col prendersela col Padreterno suggerendogli di mandare in malora il mondo presente venutogli male spedire all'inferno i suoi abitanti, tutti, nessuna preferenza, sinnò cu Mastru Brunu hai chi mmu scardi.
Anche Carmine Macchione ha avuto motivo un paio di occasioni (Preghiera e Nu discurzu cu Patreternu) per far rimbrotto all'Eterno Padre, il quale un tempo si mostrava ai Profeti e dialogava con loro, adesso nisba, se ne sta nell'alto dei cieli circondato dalla corte angelica e dei santi e soddisfatto se ne fotte di chiju chi mbatti jusu, pari ca sta terra a vindisti pi tri sordi. Iddio creò l'uomo e al posto della felicità:

ndi rigalasti a guerra e u cancheru
a fami e milli malatii
u friddu, a miseria e asiti.
Tu, i sta manera penzavi
d'aviri sistematu chiju pezzu di scangioju (fango)
facendulu servituri di malanovi.
Ma vidi,
a stu povuru omo chi jettasti subba a Terra
l'acula nci poti puru mangiari u ficatu,
Tu u poi ligari strittu a na muntagna,
ma chju chi puru Tu
chi mpundu poi tuttu
nun si capaci ' i fari
è mu mpedisci a sta crita di penzari.

Per cui egli, l'uomo,
" è u veru re d'a terra d'u celu e d'u mari".
Il dialetto.
Juri di mmendula e juri d'arangari,
juri di persicu e juri di cirasi
nta l'ortu da scola mpizzu o mari
duvi a maestra ndi facea cantari.

Nu morzu i vitru ammenzu a dui cunaci
lucica forti pi na spera i suli.
Tannorba, ti mbacila e ti cumpundi.
E' na sisia chi ti caccia i grundi. (il malumore)
Ma perché continui a scrivere in calabrese?
A figghju,
è comu si tu mi dicissi picchì rispiru.
Sharo Gambino
 
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