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Il Sorvegliato di Sharo Gambino Stampa E-mail
venerdì 18 dicembre 2009

 

  Ci ritrovammo al solito appuntamento con la corriera gli abituali: io che aspettavo il mio giornale, il poostino  che doveva ricevere i plichi e il sacco con la posta, e il figlio del barista — un ragazzo minuto, con sulla testa di corvo una gran capigliatura crespa — la lettera  della ragazza che, risparmatrice, gliela mandava per  il fattorino.


 

Non restammo a lungo, soli. A gruppi o isolati, co­minciarono ad arrivare altri, giovani ed anziani, chiusi nei cappotti, col cappello o la beretta ben calcati sulla nte e le orecchie. Venivano pure loro a ripararsi dietro l'angolo del tabacchino, salutavano, si mettevano con le spalle al muro e parlavano coi vicini. Ma avevano tutti lo stesso argomento.

Annottava. La tramontana aveva illividito financo l’acciottolato delle strade e pulito il cielo di una nuvola bassa e grigia. Ora sul cielo terso, ma gelido, come in una fotografia riuscita, tremolavano precise le stelle.

Dalle nostre bocche si liberavano parole e vapore di fiato. Qualcuno nemmeno ardiva togliere di tasca le mani per riaccendere lo schifo di mozzicone che gli si era rollato all'angolo  delle labbra.

Sapevo perché la compagnia s'era aumentata; e pro­babilmente, se non avessi avuto la scusa del giornale, quella sera ad attendere la corriera, per il loro stesso motivo ci sarei stato ugualmente. Era per arrivare un personaggio inconsueto, uno di quelli che non si vorrebero incontrare, per via che le loro mani, leggere ed agili forse più di quelle del citareda, se ti frugano addosso senza che tu te ne accorga, quando se ne distaccano ti lasciano leggero a tua volta di qualcosa che quasi sem­pre è il portafogli. Insomma, aspettavano (direi meglio aspettavamo) un ladro. Un ladro di mestiere, con tanto di riconoscimento e uno stato di servizio in piena regola. Fino a pochi giorni prima, questo esimio signor ta­gliaborse era stato ospite della colonia di Ustica, ma ora gli avevano mutato residenza perché lo Stato aveva ac­cettato le proteste degli isolani giustamente preoccupati per l'avvenire turistico della loro ridente terra. Con un paio di centinaia di individui che, come questo, avevano esercitato su tram e filobus, per le vie e in appartamen­ti d'ogni parte d'Italia chi volete che andasse a trascor­rere le vacanze ad Ustica? Bisognava smantellare la co­lonia e trasferire in località sperdute, fino all'esaurimen­to del periodo di sorveglianza, questi re del furto scien­tifico. Uno qua, uno là, uno più in là ... Uno al nostro paese.

— E poi dicono che lo Stato non pensa a noi! — Era un umorismo che trovava origine nel fiele in disfunsione. Per poco non ci mancava l'aria da respirate, e lo Stato, al posto di contributi, ci spediva, magari im­pacchettato come uno scatolo di cioccolatini ed un bigliet­to con tanti auguri e saluti un ladro: Filippo Traiani, di anni ventisette, romano, coniugato, con una figlia.

Per un anno avremmo avuto questo signore nostro ospite.

— Se la notizia va sui giornali — aveva detto don Sebastiano, l'arciprete, al medico e al Sindaco quel gior­no che pure noi ci recammo in municipio per leggere la comunicazione della Prefettura — ci faremo una gran bel­la figura! Chi vorrà mettere niede qui da noi? —

E il medico, il quale lo rintuzzava ad ogni occasione: -— Avete ragione. Per quest'anno, addio turismo! —

— Siete il solito giornale umoristico! —

— E voi il solito funerale di terza classe! — II Sindaco la buttò in politica: — Questo, sa fare il vostro  governo bigotto,  don Sebastiano.  Conosce  a me­moria le nostre miserie e invece di sanarle le sfrutta per punire i rigurgiti della galera! —

E il medico, pronto: — E' il risultato, invece, rag­giunto dalle vostre pratiche. Avete così bene saputo convincere il Governo che qui si sta male che ... — non potè finire perché gli venne uno sbotto di risa al gesto del Sindaco che così lo mandava a quel paese.

Come s'era sparsa la voce di quell'arrivo, erano co­minciate le preoccupazioni. Il gruzzoletto, celato nella cassa sotto il letto, tra la biancheria della dote odorosa di spigonardo, messo su lira a lira; le galline e le soppressate — altro che potesse allettare un ladro non c'era — versavano in imminente pericolo. Che si aspettava? Che quello arrivasse là e si «mettesse a fare il bravo cristiano?

Pareva di essere tornati al tempo della guerra, quan­do da un momento all'altro dovevano arrivare gli Al­leati che, a detta di Mussolini, non ci avrebbero lasciato gli occhi per piangere. Allora ognuno s'era preoccupato di trovare un nascondiglio al proprio pìccolo e sudato tesoro. Anche ora si presentava lo stesso pericolo e molti, forse, trovarono Dio sa quale soluzione.

— La Prefettura gli passerà seicento lire al giorno. —

— Quel che gli resterà se lo metterà in banca! ... Con seincento lire che ci farà? Sarà costretto a restare in esercizio. Bisognerà scrivere un biglietto di ringrazia­mento a chi ha avuto la felice idea di farci questo bel regalo! —

Sapevano tutto, su quel che sarebbe stato, o sareb­be dovuto essere, il comportamento dell'indesiderato: poteva uscire all'alba da casa e, se avesse voluto, spingersi anche fuori dell'abitato, ma non varcare i confini del comune; rientrare al tramonto, non frequentare le bettole, ed ogni settimana recarsi a firmare un registro in municipio.

Poiché sorveglianza e cura dell'ospite dovevano es­sere assunte dal comune (i carabinieri, per legge sui sor­vegliati, potevano anche non esserci, sul posto di con­fino), il Sindaco aveva dato disposizioni alla guardia co­munale perché provvedesse all'affìtto d'una stanza e la arredasse come poteva. In più cercasse di controllare il Traiani.

Questa nuova responsabilità aveva inorgoglito Corapi, la guardia, il quale, trascorsi i primi giorni quando era stato assunto in servizio, aveva fatto abitudine alla divisa mentre ora se la risentiva addosso come nuova e lucida con tutta l'autorità e la responsabilità che le com­portava.

— Se scappa — s'era messo a dire in giro — se sca­ppa, la responsabilità è mia! — E poiché maliziosamente, per smontarlo, gli fecero capire che era una responsabi­lità molto, ma molto relativa, giacché mica poteva star­sene alle costole di quello, si sentì rimpicciolito, di colpo rientrato nella modestissima dimensione di sempre.

Chissà come se lo immaginavano, quel Traiani! Per­ché per fantasticarci ci avevano fantasticato, e come. Gi­rava la voce che certamente era stato a scuola di furto, che lo avevano addestrato col pagliaccio carico di cam­panelli e che, ogni qualvolta ne aveva fatto tintinnare uno, il maestro lo aveva preso a staffilate.

— Questi — sentivo dire lì intorno, quella sera — camminano con scarpe speciali, non fanno rumore e so­no capaci di arrampicarsi fino all'ultimo piano d'un pa­lazzo senza aver bisogno di sporgenze alle quali aggrap­parsi. Sono fini, sono! —

E via la stura alle esperienze personali ed ai sentito dire di furti straordinari: a Tizio, sul tram a Roma, ave­vano, con un rasoio, tagliato la giacca ed asportato il portafogli Caio, a Napoli s'era trovato senza più una li­ra subito dopo che un giovanotto elegantemente vestito lo aveva a mala pena urtato al fianco sparendo poi per incanto tra la folla. .. Anche durante le fiere paesane erano scomparsi portafogli, orologi, penne stilografiche, perché i cosidetti pianisti sono i primi ad arrivare alle fiere e gli ultimi ad andarsene, e qualcuno era ormai arcinoto e tutti se lo tenevano alla larga, ma esercitava lo stesso perché i ladri di questa specie sono come gli incantavista: ti spogliano senza che nemmeno pare ti ab­biano messo le mani addosso.

— A me non lo farebbero mai, un tiro simile! Quan­do vado alla fiera o in città, i soldi me li metto in mezzo alle gambe! — Si vantava uno. E l'altro gli mostrava una speciale tasca nei pantaloni. Un altro se li fasciava sulla pancia... Non avrei mai supposto tanta previdente astu­zia quanta ne conobbi in quell'occasione. Pareva che ognuno avesse una sola preoccupazione: salvarsi dai tiri mancini   dei  ladri   di  cui  il mondo  sembrava  essere  pieno colmo.

L'argomento aveva riempito di sé tutti i discorsi di quei giorni. Nelle case. nelle due o tre bettole, nel sa­lone del barbiere, nel bar di Preiato, nell'osteria della locanda; dovunque, non si parlava d'altro. E sebbene non fosse là presente, c'è da giurare che quella sera tutto il paese aspettasse l'arrivo della corriera. Era nell'atmo­sfera gelida della serata, l'attesa di quell'arrivo che ave­va portato, insieme a preoccupazioni, anche una varian­te alla monotonia dei soliti conversari, dei pettegolezzi di cui è umano si riempiano i giorni, la vita, d'un pic­colo e sperduto paesello di montagna.

Pure io, confesso ancora, sebbene fingessi superio­rità ed indifferenza, ero curioso fino alla cima dei ca­pelli; ed anch'io appuntai ansioso lo sguardo sulla cor­riera quando finalmente giunse.

Appena l'autista ebbe acceso le luci interne, subito venne identificato. Pareva giovane più di quanto ce l'e­ravamo immaginato. Lo seguimmo nei suoi movimenti all'interno affollandoci intorno allo sportello per vederlo da vicino mentre scendeva.

Lo immaginava che erano là per lui. che tutti sape­vano il suo nome e cognome, la sua provenienza e la sua attività?

Ci gettò distrattamente un'occhiata ciascuno; poi al più vicino, a Bellopò, il quale gli si mise subito a fian­co per accompagnarlo, chiese dove si trovasse la caser­ma dei carabinieri e si allontanò trasportandosi una va­ligia.

Era bello in viso, con capelli tendenti al biondo. Ve­stito elegantemente di grigio, non appariva per nulla un volgare delinquente, ma un rappresentante di commercio.

Quando fu distante, uno dei giovanotti fece, per ri­dere, la mossa di toccarsi il petto dalla parte del porta­fogli e finse una faccia allarmata. Risero tutti; ed anche i più lontani, sebbene seriamente, fecero lo stesso gesto respirando poi rassicurati.

La corriera ci scivolò silenziosa davanti e andò a fermarsi sulla piazzetta della chiesa.

 

Alloggiavo alla locanda. D'altro, il paese, non dispo­neva e avevo dovuto scendere ad un compromesso con le mie abitudini cittadine. Se fossi stato capace di prov­vedere da me stesso alle mie necessità — cucinare, lavar­mi la biancheria, tener pulita ed ordinata la casa — for­se un paio di stanzette da rimettere  a nuovo le avrei potuto reperire. Ma oltre a tutto avrei dovuto anche pro­curarmi suppellettili ed ogni altro necessario e preoccu­parmi dell'acquisto delle vivande .. . No, no! Erano tutte cose per le quali ero e son rimasto negativo. E m'ero si­stemato, pertanto, alla locanda.

Per fortuna non molto spesso, mi toccava, però, con­sentire che nella stessa stanza venisse a dormire qualche forestiero di passaggio. Non era piacevole, certo; ma la vecchia padrona mandava  gli interessati a pregarmi  ed io con che cuore mi sarei rifiutato? Sarebbe stato disu­mano. Vero è, comunque, che mi capitarono sempre per­sone dalle quali non ebbi da lamentarmi.

In quei   giorni era  di turno   don Pietro  Morasca, il messo esattoriale salito lassù per la bimestrale spremuta fiscale. Gran brav'uomo, don Pietro! Ed   insieme   buon mangiatore e bevitore. Quando appariva lui, le cenette, giù in trattoria, erano abitudine. Si magiava, si beveva, e si arrivava allegri fino a tardi chiacchierando e fumando così da rendere irrespirabile l'aria.

Se coincidevano  gli orari,  alla compagnia  mi univo anch'io. Tutto quel chiasso mi  divertiva e mi distraeva dai   crucci che m'han sempre  tenuto compagnia,   e quel calore intimo dell'amicizia mi confortava della solitudine. Tutte le storie, poi, che sentivo raccontare, realmen­te accadute tra quei monti, tra quei vichi, in quelle ca­se screpolate piene di fumo e di affanni; storie di vivi e storie di morti, talvolta allegre, talvolta tristi o addirit­tura tragiche, le ascoltavo attentatmene, mi conducevano nella mentalità di quella   gente spiegandomene   le soffe­renze, le ansie, le minute gioie che erano nella loro gior­nata e nella loro vita, che li rendevano uomini forti ep­pure ingenui come bambini, ribelli all'ingiustizia eppure pacifici nella speranza d'un domani diverso.

Erano contadini, carbonai, boscaioli, qualche artigiano. Avevano volti malinconici: e scuri che solo dopo qual­che bicchiere si distendevano in un sorriso.

Uno, ce n'era, che non vedevo mai sorridere. Bruttis­simo. Aveva avuto la disavventura di essere abbandona­to dalla moglie due o tre giorni dopo il matrimonio (la ragione circolava in paese facendo ridere tutti impieto­samente), ma forse questo doveva averlo addolorato me­no di quando l'Ente Sila gli aveva ripreso, per rimbo­schirlo, il fianco d'una collina di cui s'era impossessato un poco alla volta. Aveva reso quella terra capace di produrre; e quando gliel'andarono a scavare, aveva ten­tato di difendersela minacciando tutti con una grossa scure. Le aveva buscate, invece, dall'assistente; e, pian­gendo e graffiandosi la faccia per il dolore che aveva nel­l'anima e non per quello fisico, se n'era rimasto a guar­dare la dispersione delle proprie fatiche.

Ora lavorava a scavar ciocco nelle zone proibite, là dove l'erica era alta gigante ed aveva radici grosse. E si beveva tutto quel che gli riusciva di guadagnare.

— Così — mi disse quella volta che cercai di con­vincerlo a mettersi qualche soldo da parte per il futuro — sono sicuro che nessuno me lo verrà a prendere! —

Quando, quella stessa sera, dopo un'affrettata scorsa al giornale, perché, come sempre, don Sebastiano me Io aveva mandato a chiedere in prestito, scesa a cena, la compagnia era già al completo. Il più affollato era il ta­volo di don Pietro Marasca, giacché lì avevano fatto se­dere con ogni riguardo il nuovo arrivato.

— E' passata la paura! — Pensai. — Fra qualche giorno gli proporranno l'elezione a Sindaco! —

Mi fecero posto. Don Pietro mi presentò il Traiani e mi colmò il bicchiere.

Sulla tavola non mancava nulla di quelle che lassù erano le provviste per l'inverno. Ognuno, pregustando una serata eccezionale, come se fosse venuto il teatro, ave­va contribuito con qualcosa — salami, olive, formaggio fresco, ricotte, lardo — all'allestimento della cena dell'a­micizia con l'uomo che fino a quache ora prima, con la fama che l'aveva preceduto, li aveva messi a disagio e sottolineato l'inferiorità del loro paese nei confronti di centri più dotati.

L'ospite parlava, mangiando e bevendo. Elogiava que­sto e quel cibo. Ora potevo osservarlo meglio. Aveva oc­chi mobilissimi, appuntiti come spilli e filtranti sguardi sfuggenti tra due taglietti di palpebre. La sua fron­te era vasta e il volto d'un ovale perfetto. Era simpati­cissimo nel modo come ti esprimeva, da romano, e il ro­mano, come il napoletano, diverte per il colorito che met­te in ogni sua espressione.

Avvertivo; comunque, nel suo discorso, che pure scor­reva con tono tranquillo, un senso di enfatico entusia­smo per le vicende raccontate e di cui era il protagoni­sta. Diceva, infatti, dei colpi effettuati: di quelli che gli erano riusciti e di quelli che lo avevano deluso, quando addirittura non lo avevano spedito a Regina Coeli od al­tra patria galera. Ma non c'era il minimo pudore nelle sue parole, solo sfrontatezza, quasi non avvertisse l'im­moralità del suo mestiere.

Quando il Campolese - uno rosso di pelle e di chio­ma — ormai autorizzato da tanta sfrenata franchezza a prendersi ogni confidenza e a rivolgergli le domande più indiscrete ed imbarazzanti su un'attività che fino a poco prima 'ai suoi occhi onesti era apparsa — e rimaneva, per fortuna -— vergognosa, chiese d'aver illustrate le tec­niche del borseggio, egli fece una smorfia di disgusto.

— Si — disse — so farle. Ma non sono il mio ge­nere. Io sono specializzato in auto ed appartamenti! —

Con quel suo stesso tono, un onesto lavoratore avreb­be detto d'essere specializzato al tornio o in ceramica o in motori.

Lo guardai per un attimo, sgomento. Mi appariva chiaro che avevamo in mezzo un paranoico, uno che ave­va perduto la prospettiva esatta dei valori morali veri ed eterni, e se n'era disegnata una personale, forse per un continuo esercizio di giustificarsi soprattutto ai propri occhi e alla propria coscienza.

Asseriva, infatti, mostrandosi più che convinto di es­sere nel giusto, che si sentiva perfettamente a posto con se stesso e gli altri, senza più debiti né morali né materiali, tutte le volte che. pescato, terminava un periodo di  detenzione.

Confermò, divertendo l'attento uditorio, che era an­dato a scuola di furto, che era stato esercitato a, frugare tra i panni del fantoccio carico di campanelli, e, ripre­gato anche dagli altri e non solo dal Campolese, mostrò come sì ruba un portafogli col sistema del giornale, in autobus, e dell'urto, tra la folla

— Questa, però, è roba da dilettanti! — Affermò con sufficienza. — Dà più soddisfazione prendersi una fuori serie o svaligiare un appartamento. Un portafogli può anche deludere. Mi capite? —

E spiegò ancora che basta uno spazzolino da denti appositamente  adattato, per   aprire quante   serrature si vogliono.

Di discorso in discorso, venne a parlare di Ustica e del trattamento  che  gli avevano fatto. Ancora avemmo modo di apprendere qualcosa: come si ammazza un gat­to, esercizio da lui praticato per procurarsi la carne nel­l'isola. Si prende l'animale per la collottola e gli si stro­fina forte forte; con un colpo a striscio, il  sensibilissi­mo naso sulla gamba stirata  dei pantaloni. L'emorragia lo stende là per là. Ad Ustica, negli ultimi tempi, un gat­to non si trovava più, nemmeno se lo si fosse pagato a peso d'oro.Ne avevan fatte, di scorpacciate, lui e i suoi colleghi!

Mi sovvenni d'una notizia che avevo trovata sul gior­nale. E per provare il grado dì verità che era nei discor­si del Traiani, gli dissi: —- Tanti saluti da Spizzichino! — -Girò di scatto il viso alla mia parte e mi osservò co­me per riconoscere in me uno della sua banda. Ed io sor­risi affrettandomi a chiarire che il nome da me pronun­ciato lo avevo trovato sul giornale.

— Lo hanno ripreso? —

     Non saprei. Ho solo letto che era scappato.

Traiani rifece il racconto fornendomi altri particola­ri: Spizzichino, romano pure lui e ladro abile più di lui ri: Spizzichino, romano pure lui e ladro abile più di lui li accompagnavano, sotto scorta, alla questura di Paler­mo per il trasferimento, al momento dello sbarco, con un salto dalla passerella del traghetto s'era dileguato tra la folla e non era stato più possibile trovarne la traccia.

Il racconto corrispondeva a quel che già conoscevo; ma stonava, come un'offesa all'onestà, l'entusiasmo con cui veniva narrato, e più l'esaltazione di quello Spizzi­chino che era; e restava, un abilissimo furfante, un mal­fattore e non un eroe.

Dovevo riconoscere che malgrado tutto, Traiani di­vertiva; e — come a tutti che lo stavano a sentire guar­dandolo sorridenti — anche a me risultava simpatico, sebbene cominciassi a sentir pena per lui. Non c'era do­manda a cui rifiutasse la risposta, esaltato della propria abilità che ora, forse per il forte vino che cominciava a camminargli nelle vene col sangue, forse per l'occasione offertagli da quell'uditorio attento, considerava per la prima volta e gli si rivelava magari esagerata, si, ma precisa.

Mettendo un pò d'ordine tra gli episodi che aveva narrati senza seguire un filo cronologico — saltanto, in­vece, qua e là, così come lo spunto gli veniva offerto dal­le domande o dallo stesso discorso —, ora potevo tentare di ricostruire un poco l'itinerario  della sua vita, da quan­do in un orfanotrofio aveva cominciato a rubacchiare nei cassetti dei suoi compagni. Da lì, era passato in un ri­formatorio per minorenni e all'uscita aveva trovato un posto di friggitore in una rosticceria di via Merulana. Poi si era innamorato di una cugina, cameriera d'un al­to funzionario del Ministro dei Lavori Pubblici; e fre­quentando quella casa gli era venuta l'idea per il primo colpo. Gli era riuscito, ma avendo agito da solo fu iden­tificato due o tre giorni dopo.

Andò in galera e conobbe chi, una volta restituitagli la libertà, lo raccomandò ad un amico. Così, dopo un periodo di addestramento, era entrato nel giro della ma­lavita trasteverina ed ebbe complici ed occasioni.

Ripeto, era narratore eccellente, brioso. E noi sa­remmo stati là ad ascoltare le sue prodezze e le sue con­siderazioni sulle esperienze acquisite, fino all'alba. Ma' la stanchezza del viaggio ed il vino bevuto a bicchieri inteiri senza saperne considerare la forza, gli stavano co­minciando a legare la lingua.

Sennonché, venne il brigadiere e nel silenzio imba razzato di tutti, lo avvertì che a quell'ora doveva essere di già a casa da tempo. Non fiatò, ma il Campolese pre­se le sue parti e lo giustificò dicendo che faceva freddo e lui non aveva ancora le comodità necessarie a sopportar­lo. Lo lasciasse, perciò, stare lì a riscaldarsi. Garantivano per lui. Lo avrebbero accompagnato, stesse tranquillo.

Ma ormai non era più come prima, e dopo la com­pagnia si sciolse — con gran sollievo della vecchia locandiera che sonnecchiava e brontolava inascoltata, con la braciera semispenta tre la gambe.

Il giorno appresso seppi che dopo aver lasciato Traiani nella sua spoglia e gelida stanzetta, alcuni erano tor­nati per recargli una vecchia braciera, un paio di vec­chie coperte un mezzo sacco di carbone, una bottiglia di vino, pane e salame.

Mentre, quella stessa sera, io e don, Pietro Marasca eravamo per metterci a letto, sentimmo la vecchia met­tere il paletto alla porta di ingresso. Don Pietro la imi­tò chiudendo per la prima volta a chiave la porta, e per starsene più tranquillo celò il portafogli sotto il cuscino.

— Non ho avuto il coraggio di lasciare l'incasso in ufficio — Disse per allontanare da me :il sospetto che quelle precauzioni fossero suggerite da un dubbio sulla mia onestà. — Sono più di centomila lire! —

Sorrisi. L'ospite non conosceva ancora il paese, come avrebbe potuto individuare un ufficio?

— Non si sa mai! — Fece don Pietro, accendendo l'ultima sigaretta della sua giornata. — Questa gente ha il naso fino, fatto a posta. Fiuta il danaro colme un cane arrabbiato l'acqua! —

Non ebbe molto tempo per stare preoccupato. Dieci minuti dopo — il mozzicone fumava ancora all'angolo sotto la finestra — per il suo russare la casa vibrava dal­le fondamenta.

Verso le due rintronarono un paio di spari, dietro la chiesa. Pignaletta, credendo fosse Taiani che tentava di scassinargli la porta, si era affaccito ed aveva steso il cane che raspava per farsi aprire.

Traiani s'alzò per tempo. Aveva dormito poco e ma­le. Durante la notte gli era venuta sete per quel che ave va mangiato e bevuto, e non aveva pensato a premunir­si d'acqua.

Aprì le imposte Si annunciava una giornata di sole, ma sui tetti delle case di fronte e per le strade c'era un manto di brina gelata. Pareva avesse nevicato.

Sentì il bisogno d'avere una tazzina di caffè per le­varsi quell'asprore di bocca. Decise che appena gli sa­rebbe stato possibile, la prima cosa di cui si sarebbe prov­veduto sarebbe stata una caffettiera. Non era capace di incominciare una giornata senza un sorso di caffè e su­bito dopo una sigaretta. Prendere a fumare così, a boc­ca asciutta, gli procurava più che godimento, fastidio.

Sospirò ed accese lo stesso_

Girò lo sguardo attorno nella stanza spoglia, qua e là nera di fumo, con scorticature nel manto d'intonaco. Il focolare pareva una bocca nera spalancata ad inghiot­tire le ragnatele pendenti dalla cappa.

—- Sono capitato bene! — Pensò. E strinse i pugni irato contro qualcuno che immaginava presente, ma in­visibile, e al quale attribuiva la sua disgrazia.

Tornò verso il letto, sedette sulla sponda e fumando prese a meditare. Doveva trascorrere un anno in quella maledetta topaia, in quel paese che già gli aveva fatto una pessima impressione.

—- M'hanno mandato  in Abbissinia! — Disse con voce strozzata, posando lo sguardo sulle casupole basse inqua­drate nella finestra. Ricordò uno per uno gli amici della sera innanzi e concluse che il più simpatico era don Pie­tro, ed era proprio quello che se ne sarebbe andato. Sa­rebbero rimasti gli altri; tutti, tranne il maestro, morti di fame, rozzi e mal vestiti. Non pensò, nemmeno per un istante, che avevamo fatto a gara per offrirgli da bere e da fumare, che gli avevano sorriso per tutta la serata, che lo avevano accolto e trattato con un certo rispetto, lo avevano accompagnato a casa e gli avevano di già fat­to dei regali.

— Ed ora, con che diavolo mi laverò la faccia? — Si chiese guardandosi ancora in giro, come s'aspettasse che che per magia apparissero una brocca d'acqua e una ba­cinella.

Indossò la giacca ed uscì lasciando la porta aperta.

Tanto, in casa di ladro ...

Gironzolò per i vichi, stretti, che a mala pena ci si poteva passare. Storse il muso per la puzza di letame che proveniva dalle stalle. Come prigione non avrebbe­ro potuto dargliene una peggiore!

Vide un uscio aperto e vi si affacciò. In un antro nero, una donna tutta nera pure nel volto rugoso, stava rimestando cavoli, patate e pezzetti di pane in un reci­piente sul fuoco.

— Buon giorno   — La salutò.

— Buon giorno e salute! — Rispose ella girando il viso dalla sua parte.

— Dove potrei procurarmi un pò d'acqua? Non ne ho nemmeno per lavarmi! —

Si sentiva avvilito e s'aspettava d'essere mandato via e vedersi sbattuto l'uscio in faccia. Invece la donna si alzò, prese una brocca d'acqua e gliel'andò ad offrire.

-  Siete quello che è arrivato ieri sera? —

Traiani annuì e prese la brocca. Bevve di quell'ac­qua diaccia e sentì un crampo allo stomaco.

— Vi dispiacerebbe farmi cadere a poco a poco l'ac­qua nelle mani? — Pregò ancora.

La donna accettò in silenzio Fece da sostegno con la gamba al recipiente, e piano piano, perché non ne an­dasse perduta eccessivamente, versò preziosamente l'ac­qua nella conca delle mani che egli porgeva. Lo guar­dava intenerita, commossa. Pensava che era un povero figlio di mamma colpito dalla sventura.

Qando egli fece per levar di tasca il fazzoletto ed asciugarsi con quello, lo fermò con un gesto della mano:

— Aspettate. —

Andò a staccare dalla parete un panno bianco e glie­lo porse con un gesto tenero.

Traiani s'asciugò e la guardò negli occhi. Abbozzò un sorriso e disse: - Fa freddo, da queste parti! —

Pure lei sorrise. Poi stette a guardarlo allontanarsi e sparire all'angolo.

— Povero figlio di mamma! — Disse. E tornò verso il focolare.

Era presto, ancora. Gente per le strade non se ne vedeva. Traiani, sentendosi torcere il cuore, si figurò il  calore e l'affetto familiare che riscaldava quei tuguri, e chi in quel momento si godeva il tepore del letto e l'ab­braccio della moglie e il bacio del figlio. E gli parve di star sprofondando.

— Un anno! — Gemette. Un armo, in quelle condi­zioni!

Se ne tornò a casa e sdraiato sul letto riaccese di malavoglia. Fece mentalmente l'elenco delle cose di cui abbisognava provvedersi in giornata, le cose più urgen­ti, soprattutto legna e poi piatti, una casseruola per cu­cinarsi un pò di pasta... Si fece i conti in tasca. Gli avevano date, alla partenza, cinquemila lire assicurando­gli che la Prefettura di Catanzaro avrebbe provveduto a fargli avere un assegno giornaliero. Chissà quando sareb­bero arrivati, quei soldi! Decise che esaurite quelle po­che migliaia di lire che gli rimanevano, sarebbe anda­to dal Sindaco per ottenere anticipi. Gli parve una buona soluzione e si sentì meglio, come sollevato.

— Ci sarà un bar, in questo sporco paese! — Im­precò alzandosi di botto e andando verso la porta. Gli era tornato, più urgente, il bisogno di un goccio di caffè. Sortì in strada. Sul vicolo s'erano aperti altri usci e da quei vani scuri donne, e bambini seminudi, sporchi, spor­chi, lo guardarono con curiosità. Tirò dritto, senza de­gnarli di attenzione.

Sulla piazzetta della chiesa s'imbattè nel Campolese, quello rosso e minuto che la sera innanzi in trattoria gli aveva rivolto per primo la parola. Era sulla soglia del bar, un localuccio spoglio, con un bancone, un paio di tavoli e qualche sedia. Nelle scansie dietro al bancone, pacchi di biscotti, sacchetti di caramelle di poco costo e una fila di bottiglie di liquori impolverate e di tinte varie.

— Ora mi offrirà il caffè. — Pensò Traiani. E an­cora, per un istinto cattivo che gli si affacciava dentro: — Offrimi il caffè, animale! —

— Buon giorno! — Lo salutò il Campole, e si fece da parte per lasciargli libero il passaggio. — Prendetevi il caffè! — E rivolto al barista: — Un caffè per don Filippo! —

— E che! M'avete fatto prete? — Fece egli, ridendo. Preiato, il barista, storse il muso. Però gli fece un buon caffè e ci mise dentro uno spruzzo d'anice. Disse: — Fa freddo, eh? —

— Fa freddo, sì. —

E ancora Preiato: — Se volete, dietro il bancone c'è il braciere. — Ma si morse le labbra per quell'invito che gli era sfuggito senza riflettere e che l'altro accettò subito.

— Bravo! Si disse Preiato. — Dagli l'occasione. Ora, fino a quando non se ne andrà, ti toccherà restare in­chiodato quaddietro! —- Prese una sedia e sedette di fron­te a Traiani il quale sorseggiava il caffè volutamente pensando alla sigaretta con cui avrebbe completato quel godimento che pareva mettergli dentro uno spirito nuo­vo.  (il Campolese se ne stava a guardare la piazzetta da dietro i vetri e fischiettava tra i denti).

— Quanto ci dovrete stare, qua con noi? — Gliel'avevano   già   rivolta infinite   volte,  quella   do­manda. Pure rispose con garbo. E Preiato, ancora: — Un armo? E la famiglia vostra, scusate, come farà? —

— Dovrà arrangiarsi. Mia moglie fa la sarta... E soffre di un tumore alla mammella. —

— Me ne dispiace E la figlia? Quanti anni ha? —

— Nove. Fa la quarta. —

Traiani trasse di tasca il portafogli e mostrò le foto della moglie e della bambina. Preiato le osservò, ma non trovava nulla da dire. Gliele porse perché, levandolo d'imbarazzo, era entrato un cliente.

Allora il Campolese lasciò i vetri appannati dal suo fiato e andò lui pure dietro al bancone. S'accovacciò anccanto al braciere e stese le mani verso i carboni ardenti.

— Come avete dormito, don Filippo? —

— Quando cambio letto non dormo mai bene, le pri­me notti. —

— E a mezzogiorno dove andrete a mangiare? —

— Dovrò arrangiarmi con quello che mi avete rega­lato ieri sera. Poi stasera, magari torno in trattoria. —

  A mezzogiorno,  dunque,  non  cucinerete? 

— E come potrei, se non ho niente? —

— Se volete, allora... Vi invito a pranzare a casa mia... Così, alla buona, Volete? —

E a mezzogiorno, Traiani sedette alla tavola del Campolese.

Mentre mangiavano, loro due soli, seduti ad un tavolinetto zoppo, il Campolese toccò un tasto. Disse: — Un anno è duro a passare. Come farete senza... Senza una donna?

— Ah! — Si disse Traiani. — Ecco spiegato l'invito a pranzo. Ha da propormi qualche affare! — E a voce alta: — Ancora non ci ho pensato. A Ustica ne avevo una. -

     Qui è difficile trovarla. Non vi consiglio di tenta­re. Siete sposato... Noi, al forestiero apriamo la casa, ma le donne le vogliamo rispettate. —

      Ed io le rispetterò, state tranquilli. —

      Lo dite, ma come farete? Siete giovane e sano... Non vorrei vi trovaste nei guai!

      Siete mai stato in carcere?

      II Campolese negò con la testa e schioccando la lin­gua tra i denti.

     Non significa scusate! A Regina Coeli non ne ve­devate e non ve ne veniva il desiderio. Ma qui siete libe­ro, le donne le vedete e vedendole...

      Traiani pensò a tutte le donne intraviste fino a quel mo­mento in paese, nere ed ossute, logorate dalla fatica e dal­le privazioni e dai frequenti parti, ed ebbe voglia, di ri­dere perché non le aveva trovate tali da suscitare irre­sistibili desideri. Ma si mantenne e disse: — Insomma, siete preoccupato! — E a se stesso: — Deve avere la fidanzata e vuole impegnarmi perché teme che potrei in­sidiargliela. —

      Si — Disse il Campolese. — Sono preoccupato, ma per voi! —

      Siete fidanzato? —

       No. —

       E voi, allora, scusate, come ve la cavate? — E Tra­iani completò con una frase sconcia che fece ridere l'al­tro.

Ci arrangiamo. — Spiegò il Campolese. Aspettò che sua madre, venuta a portare una bottiglia nuova di vino fosse tornata di là in cucina, e aggiunse; — Ogni tanto uno di noi va a Catanzaro con la macchina e porta una donna, una di quelle…  Poche pretese... La teniamo in campagna spesata di tutto per quattro o cinque giorni .. . Siete capitato al momento giusto. Da voi non vor­rà niente. Le abbiamo detto chi siete! —

E subito dopo pranzo se ne andarono in campagna.

Traiani rientrò a casa portandosi un sacchetto di me­le. Gliele aveva regalate il Caimpolese. Ce n'era un inte­ro pavimento, lassù, nella casetta dove avevano incontra­to la donna. Emanavano, tutte insieme, un profumo den­so e dolce. Sapeva anche di terra ed era fresco e gradi­to. Lo aveva respirato come si respira l'aria del mare. Era la prima volta che l'incontrava.

Dalle travi del soffitto basso, pendevano, aveva visto, anche grappoli d'uva attaccati al piccolo tralcio. Grap­poli sani, cogli acini compatti, stretti l'uno all'altro come a ripararsi dal freddo, lucidi e gonfi quasi fossero anco­ra tra i pampini in attesa della vendemmia.

— Li conserviamo per Natale. -  Gli aveva spiegato l'amico. E poiché la donna aveva espresso il desiderio di assagiarne, ne aveva avuto pure lui.

— La notte  di Natale — aveva proseguito il Campolese — mangiamo tredici cose. Conserviamo apposta pu­re fichidindia. —

Gli acini, pur così belli, erano freddi e la buccia s'e­ra indurita ed avevano perduto un poco del sapore, ma il fatto di mangiarne fuori stagione li rendeva graditi forse più che nella stagione giusta.

— Per  Natale — aveva detto Traiani — forse mi 'man­deranno a casa —

E il Campolese si era segnato in mente di dargli, al­la partenza, di quella frutta da portare a Roma. Si im­maginava lo stupore di chi l'avrebbe vista.

— Allora — aveva detto di poi, come illuminato da un lampo di intelligenza — allora voi siete qua come per il servizio militare!? Vi danno pure la licenza! —

—- Già! Mi danno pure la licenza! .. _ E scusate, mi­ca sono in stato di detenzione. Mi tengono sotto' control­lo, lontano e solo, perché così ho minori possibilità e gli dò meno disturbo. —

— Ma voi, scusate, non glielo potete dire che non ruberete più? —

— Sarebbe lo stesso — aveva spiegato Traiani accen­nando col capo alla donna — che questa dicesse che vuole diventare onesta.


 


Chi le crederebbe più, ormai? — La donna, una magrolina dal gran seno ed i capelli neri a tuppo dietro la nuca, lo aveva guardato male sen­za ribattere.

— Scusate — Ancora aveva domandato il Campolese — Ditemi una cosa che qua la dite e qua muore. Se vi mettessero in libertà, voi…  scusate, voi continuere­ste? —

— A rubare? Certo! Perché dovrei lavorare un an­no per avere quel che posso ottenere in  un'ora? —

II Campolese era rimasto interdetto

Sull'aia, lasciati soli per un momento, Traiani aveva preposto alla donna di andarsene a vivere con lui in pae­se. Disorientata in un primo momento per quella propo­sta che era lontana dall'aspettarsi, la donna gli aveva chiesto come contava di mantenerla.

— Potresti continuare a lavorare. — Aveva spiegato lui. — Ai carabinieri diremo che sei mia moglie.  E quan­do si dovessero accorgere di tutto, che potrebbero far­ci? —

Sei più farabutto di quel che non mostri! — Gli ave­va sputato in faccia, adirata, la donna. — Li conosco, i tipi come te. Ed immagino la faccia che faranno questi qua quando sapranno a chi hanno stretto la mano! —

Traiani per quell'insolenza l'avrebbe presa a schiaf­fi; ma già tornava il Campolese e aveva fatto finta di nulla.

— Che cretina! — Aveva pensato, — Ha pietà di questa gente! ... Mi trattano bene. Già! Lo fanno per i miei begli occhi! ... Lo fanno per tenermi quieto e con­tento, perché mi temono! — E aveva sorriso al rosso che abbracciato alla donna saltellava sulle punte dei piedi come per un ballo.

— Questo qua, per esempio — Aveva continuato a pensare — Questo qua che ieri sera mi si è messo alle costole e se gli chiedessi la luna si farebbe in quattro per farmela avere, deve avere certo il suo scopo. Ha qual­che soldo da parte e si immagina che meglio è darmi qualcosa che perdere tutto. Imbecille! —

Il  filo di questo pensiero gli tornò durante la notte. Si era nuovamente svegliato per una gran sete, perché aveva bevuto, la sera innanzi, andando subito a letto, l'intera bottiglia di vino regalatagli, e mangiato il pane e il salame dategli insieme ad essa

Esitò, prima di decidersi ad uscire fuori dalle coltri per prendere il fiasco dell'acqua e bere a garganella. An­che il fiasco gli avevano regalato, al bar. Tornato dalla campagna s'era accorto che aveva da procurarsi molte cose e s'era dato da fare. Non gli era stato negato niente, ed anche due ragazzetti gli erano andati a procurare del­le brace e gli avevano, soffiando a turno col cartone, e bisticciando tra loro per la precedenza, preparato il bra­ciere.

— O si credono assai furbi o sono cretini! -  Comin­ciò a pensare. Gli pareva inconcepibile che fosse disinte­ressato il trattamento affettuoso di cui si vedeva oggetto. — Sanno chi sono. Glielo ho detto io stesso. Vogliono dunque tenermi buono. Mi farebbero sindaco, se glielo chiedessi. O mi darebbero le loro donne! —

Ad Ustica lo avevano temuto gli stessi suoi compa­gni. Dopo Spizzichino veniva lui, per abilità e prepoten­za. Qui, invece, quattro cafoni che si reputavano intelli­genti, se lo volevano giocare impegnandolo con la genti­lezza e colmandolo di favori. Il Campolese, per esempio. Don Filippo e don Filippo! Una rottura di stivali.

L'alba lo trovò ancora sveglio.

— Se cade tutto questo freddo, se s'addolcisce un poco l'aria — aveva detto il Campolese la sera prima. — nevicherà. —

Traiani se ne ricordò avvertendo un gran silenzio at­torno e sulla strada. Andò ad aprire la finestra. I tetti erano ancora neri e le strade livide. Il freddo s'era man­tenuto intenso.

Si rivestì e andò a rifare il giro dei paese. Osserva­va meglio i vicoli, i muri stonacati delle abitazioni, i tet­ti bassi le cui tegole potevano essere tolte da terra, i cadenti ballatoi di legni fradici delle case più alte, i mignani di tavole sconnesse. Non riusciva a capire come tanta gente si adattasse a vivere in quelle condizioni. E passi per la povera gente! Ma il prete, il medico, gli impiegati del comune? Non avevano nemmeno le fogna­ture per intero. Quelli della parte alta del paese avevano dei vasi che poi le donne, a notte, portavano a svuo­tare al fiume.

— L'Abissinia! — Si disse tra i denti, come il gior­no prima. — M'hanno mandato in Abissinia!… Quando tornerò a Roma sarò diventato uno di questi. Puzzerò cotae loro, sarò rozzo ed incivile come loro! —

Fuori abitato, si affacciò sulla valle del fiume. L'ac­qua, laggiù, scorreva con un brontolio cupo, come di folla in sommossa, ed era verde di profondità e si faceva striata di schiuma urtando, nella corsa, contro i massi. Vide le montagne brulle, fatte a gradini tenuti da muretti di sassi, cementati dall'erba. Qua e là, qualche colata biancastra: frane, cespugli, boschi e quei gradini di ter­ra con ciuffi di cavoli d'un verde scuro. Uno spettacolo che gli stringeva il cuore.

E c'erano delle casupole, con un filo di fumo azzurro nel comignolo, in mezzo a quella desolazione sconcer­tante! Ci viveva altra gente!

Gli venne da pensare ai compagni di Ustica.  Anche a loro era toccata una prigione tanto triste, o era stato riservato a lui solo il trattamento di riguardo?

Non riusciva a capacitarsi come tanta gente vivesse così pacificamente, come in un Paradiso, in una zona co­me quella; mentre lui ne aveva già fin troppo per due soli giorni che ci viveva.

— Ignoranti e zotici. Perché non si ribellano? Non hanno nemmeno un bricciolo di dignità, di amor pro­prio. Non hanno nessun bisogno di migliorare, di cono­scere la vita, quella vera. Che fanno, da un anno all'al­tro, da quando nascono a quando crepano? Si alzano e vanno a rompersi l'ossa a zappare per procurarsi una minestra di cavoli, una zuppa di fagioli, un pugno di granturco, quattro patate. Se ne tornano a casa per man­giare e andare a letto e fare figli. Che gusto hanno a vi­vere in questo modo? Stanno come le bestie e vanno in chiesa a ringraziare il loro Dio e a pregarlo di continua­re a vivere! —

Del resto vivessero come gli piaceva. Solo che pro­prio a lui doveva toccare in sorte di venire a trascorrere un anno qui, ad inzotichirsi?

Si sentiva scoraggiato come non mai. E gli pareva che quei trecentosessantatré giorni che gli restavano non sa­rebbero passati mai. Anche le ore, sembravano eterne. Ora, per esempio. S'era alzato presto ed ancora non era­no le otto. Come avrebbe riempito la giornata, come avrebbe atteso l'arrivo della notte, l'ora di tornare a met­tersi tra le lenzuola e dormire per non veder scorrere così esasperatamente il tempo?

— Vediamo chi sarà quell'animale che mi offrirà il caffè! —

Fu don Pietro Marasca. Usciva allora per recarsi in ufficio e come lo vide lo salutò cordialmente come un vecchio amico.

— Non vi siete fatto vedere, ieri sera. —

— Ero stanco ... E poi, ad una certa ora non posso andare in giro. Potrei nuocere a qualcuno, assaltare una banca, svaligiare una gioielleria.. — Era amaro.

— E a chi potrete nuocere, qua? —- Fece, ridendo delle sue parole, don Pietro. — Io, per farmi pagare le bollette debbo sudar sangue. Spesso ci debbo rimettere acquistando uova o castagne o mele ...

Dopo il caffè, don Pietro lo invitò ad andarsene con lui in ufficio: — C'è la stufa accesa. Mi terrete compa­gnia. —

Oltre al caldo, Traiani in ufficio trovò pure un gior­nale e leggendolo arrivò a mezzogiorno.

E così, entrò nella vita del paese. Vi fece parte a modo suo. Ed un giorno dopo l'altro, con l'abitudine, non facemmo più caso al perché egli fosse là.

Lo conoscevano tutti, ormai. E  pochi — il barbiere, per esempio, e il barista — lo sopportavano mal volentie­ri. Anche la paura che potesse tentare uno dei suoi colpi era passata. Così è vero, che don Pietro, il quale gli era prodigo di vino, caffè e sigarette, e lo aveva aiutato con la sua influenza e le sue amicizie per fargli ottenere qual­cosa per la casa considerandolo un povero sventurato, anche don Pietro, dicevo, fin quando non dovette rientarre in sede se lo portò quasi ogni giorno in ufficio do­ve almeno poteva scaldarsi alla stufa e risparmiare le­gna e carbone.

A sera, poi, c'era una gara tra i ragazzini — ma lo facevano considerandolo un diverimento, non per altro — per preparargli il braciere. E le donne del vicolo, tor­nando dai boschi, gli lasciavano, appoggiato al muro, un legno ciascuna.

Ora il municipio gli aveva fornito un fornello a gas e gli amici della trattoria chi un piatto, chi le posate o una padella o una casseruola ... Ed ogni tanto, coi loro più piccoli, gli mandavano un piatto di minestra, un pez­zo di formaggio, una bottiglia di vino ...

C'erano dei momenti in cui Traiani, dinanzi a quella gara di generosità si sentiva, forse per la prima volta, commuovere, sebbene nel suo animo non abituato alla comprensione e all'umana solidarietà, subito s'opponesse un astio feroce per quella gente tanto diversa da lui e che gli pareva, ci teneva a dimostrarglielo.

Disprezzava quella supposta generosità. E solo per­ché non gli mancasse l'aiuto di cui aveva bisogno, sor­rideva e parlava; ma quel che diceva dentro di sé mai cor­rispondeva alle parole che gli uscivano dalle labbra.

Talvolta odiava la compagnia, era preso da un sordo rancore per gli uomini e la vita. Amava, allora, starsene solo e se ne andava fuori paese, su per i viottoli della montagna, o scendeva lungo il fiume a guardar l'acqua scorrere turbolenta ai suoi piedi, forse affidandole i propri pensieri perché se li portasse via là dove l'orizzonte è ampio.

Si rimuginava dentro l'ostilità per tutto quanto lo circondava. Per ore ed ore. E al ritorno, lo infastidiva il saluto di chi lo incontrava e la solita, immancabile, do­manda: — Dove ve ne siete andato? Vi abbiamo cercato ovunque! —

Lo controllavano?

Si, forse quel seguirlo passo passo era una specie di controllo, ma non per il motivo da lui sospettato, e cioè per prevenire sue eventuali offese alla proprietà, ma per curiosità, perché tutto quel che egli faceva o diceva pa­reva strano o quanto meno diverso e perciò degno di at­tenzione, e questo gli attirava l'interesse di ognuno.

E sempre più s'andava convincendo che la loro gene­rosità non fosse amicizia, ma un paravento dietro il qua­le nascondevano la loro paura, il timore di rimaner vit­time.


 Un giorno che Bellopò lo incontrò per istrada e gli disse d'avergli lasciato in casa una pizza di pane caldo, facendo uno sforzo per trattenere l'ira che aveva in cor­po fin dal mattino gli chiese a bruciapelo: — Ma insom­ma, spiegatemi. Perché mi fate tanti regali? —

Bellopò lo guardò smarrito, come lo avesse interro­gato su un argomento di cui non aveva mai sentito cen­no. E risposta, effettivamente, non ne sapeva dare. Per­ché gli aveva portato quel pane? non lo sapeva. Aveva solo ubbidito ad un impulso che gli aveva imposto di fa­re quel gesto. Si spiega un impulso che ti viene sù da dentro, da chissà dove, dall'anima forse?

 

 

— Beh, che fate, venite o avete da pestar chiacchiere a macchina? — Mi gridò il prete con quel suo mezzo sor­riso che a volte veva la forza di spostarmi i nervi dello stomaco.

Per non dargliela vinta, sebbene non avessi troppa voglia d'andare in giro a quell'ora, due minuti dopo ero in strada.

C'era pure il medico, ateo convinto. Non c'erano due che riuscissero ad andare d'accordo come quel prete e quel medico. Don Sebastiano diceva che seppure ateo il medico era un fior di galantuomo, e diceva il vero; e il medico ricambiava la stima dicendo che, sebbene prete, don Sebastiano era da apprezzare interamente.

Io ero contento d'essere nella loro amicizia.

A stimarsi, prete e medico avevano cominciato il giorno in cui il secondo aveva scoperto l'altro sparare ad una tortora appollaiata sui fili del telegrafo.

— Mia che fate? Se ora a caccia ci vanno pure i preti va a finire che a dir messa ci potremo andare anche, noi altri!

E il prete, senza scomporsi, di rimando: — L'istinto bestiale è nel fondo di ognuno. Io mi sfogo ammazzando gli uccelli, ma voi esagerate! Non vi bastano più i cristiani? —

S'accorsero d'essere fatti l'uno per l'altro. Una risa­ta, e il giorno dopo a caccia ci andarono insieme.

Ci incamminammo. Salimmo alla montagna. Conosce­vano un punto dove, all'imbrunire, sarebbero passati, puntuali e precisi, un paio di beccaccini.

Passammo a pochi passi dalla casupola del Campolese il quale con Traiani se ne stava seduto sul gradino dell'uscio ed avevano in mezzo una bottiglia già vuota a metà.

— Il Campolese — disse il medico sottovoce per farsi sentire solo da noi due, ma rivolto al prete — vi sta ru­bando il mestiere, don Sebastiano. Sta convertendo quel­l'arnese del diavolo! —

Già lo chiama don Filippo! — Aggiunsi io. —

— E quale forestiero, in un paese calabrese, non si vede appioppato il don? — Commentò allegramente don Sebastiano. — Siate Satana in persona, ne abbiate fatte più di Carlo in Francia, appena arrivate in uno dei no­stri paesi v'accolgono a braccia aperte, vi colmano di cortesie, vi asfissiano con la loro assidua amicizia, con le loro attenzioni. Siamo talmente ospitali, noialtri, che spesso risultiamo persino fastidiosi! —

— Riveliamo il nostro complesso d'inferiorità. — Dis­se il medico. E poiché io e don Sebastiano lo guardammo attenti ed incuriositi, ci spiegò meglio. Disse: — Pensa­vate fosse una virtù elargitaci dallo Spirito Santo? Al tempo delle invasioni — e ne abbiamo avute! — doveva­no tenerci buoni gli stranieri che ci conquistavano. E ce n'è rimasta l'abitudine! —

— Beh! — Commentò amaro don Sebastiano. — Era scontato, con voi. Quando mai la scienza non ha ucciso la poesia? —

La sera del cinque Dicembre, vigilia di San Nicola, Traiani, che si era da poco ritirato in casa e s'apprestava a cuocersi qualcosa, sentì bussare timidamente all'uscio.

Andò ad aprire e si trovò dinanzi una giovinetta dallo sguardo grigio. Poteva avere quindici, sedici anni. Era alta, magra, ma nella curva del seno e nella larghez­za dei fianchi malamente celati dall'ampiezza sformata della veste, era pienamente già donna. Due grosse trecce nere le pendevano sul petto.

Recava, avvolta in una rozza salvietta dai bordi co­lorati, una zuppiera.

— Ve lo manda la mamma, per devozione a San Ni­cola! — Disse in fretta, arrossendo come d'un'audacia, senza osar guardare in volto Traiani. E gli porse il fa­gotto.

— Cos'è — Chiese lui  accettando.

— E' granturco bollito. — La voce le usciva appena dalle labbra tremanti.

Traiani annusò l'odore. Pensò, cattivo: — M'hanno preso per un maiale! — Ma sorrise, compiaciuto, adla ragazza, invitandola: -— Non vuoi sederti? —

— Ho da andare ancora in altri posti! — Girava lo sguardo intorno, incuriosita  dall'ambiente in  cui  viveva  quel personaggio  di  cui  parlava tutto  il paese. Ma lui no, non riusciva a guardarlo. Le metteva soggezione.

Traiani, sull'uscio, la stette a guardare mentre si al­lontanava. Pensava che era la prima ragazza bella vista in quel paese.

— Crescerà coi fiocchi e finirà tra le rozze mani di uno di questi zoticoni. Immagina che festa, poveretta lei! — Si disse rientrando e chiudendo l'uscio. Assaggiò il granturco. Era leggermente salato, non sarebbe stato ma­le se non fosse stato per la sottile e dura pellicola che l'acqua aveva dischiuso sì che la polpa pareva un mi­nuto fiore d'oro appena sbocciato tra i sepali trasparen­ti. Ne mangiò qualche cucchiaiata, poi studiò come sba-razarsi del rimanente.

— Le giovani se ne stanno rintanate in casa! — Pen­sò ancora. E riferendosi alla ragazza: — Vestila come si deve e poi dimmi che te ne pare. —

L'ebbe in mente per tutto il tempo che rimase sve­glio e a volte si pentiva di non aver osato. L'aveva dav­vero mandata la madre, o non, invece, c'era venuta da sola? Lavorò d'immaginazione e finì col vestire e far par­lare la giovanetta così come le donne che aveva cono­sciute.

La mattina seguente, il consueto giro per i vichi lo dedicò a lei. Sperava di rivederla, sapere dove abitava, e chi fosse. Però non trovò il coraggio di chiederlo al Campolese, né ad altri. Sapeva, ormai, quanto suscettibili fos­sero a sentir parlare delle loro donne.

Anche a sera, all'uscita dalla chiesa, la cercò tra le donne state al vespero, ma non ebbe fortuna maggiore.

Quella visita aveva acuito in lui il bisogno di una donna per casa, e gli aveva fatto considerare la possibi­lità di farsi venire la moglie, ma la scartò. Sua moglie era ammalata e oltre ad essergli di poco giovamento gli avrebbe procurato preoccupazioni e niente altro. E poi, anche lei, a vivere in un paese come quello, che giova­mento ne avrebbe ottenuto7 E la bambina, che necessa­riamente avrebbe dovuto seguirla?

Ad Ustica le cose erano state assai diverse. Aveva conosciuto una donna che, forse per calcolo, gli si era data senza timore. Non era alla prima esperienza, era stata di altri (lo aveva sempre negato, ma quando mai egli l'aveva creduta?) e sperava che lui si innamorasse e la sposasse. Le aveva nascosto, infatti, d'essere ammoglia­to, e per non perderla, quand'ella gli parlava di matri­monio le rispondeva: — Cerchiamo di andare d'accordo. Poi, se scopriremo d'essere fatti l'uno per l'altra, si ve­drà! —

Nei giorni seguenti si accorse che aspettava dal Campolese la notizia che lassù, nella casupola, era arrivata una delle donne che facevano venire da Catanzaro. Non glielo chiedeva per non mostrarsi interessato e dare al­l'amico l'impressione che avesse bisogno di lui. Ma spes­so portava il discorso su quella strada, e il Campolese non gli faceva accenni a prossimi arrivi.

— Complesso un corno! -— Don Sebastiano era ecci­tato per l'episodio che gli pareva la rivincita del senti­mento sulle argomentazioni scientifiche del suo amico medico. Pareva arrabbiatoj invece era soddisfazione, la sua!

— Ditelo, ditelo anche voi, a quella coda del diavo­lo. Complesso un corno! E' generosità, è carità cristiana, è amore per il prossimo! ... Uhm! ... Complesso, sì. Com­plesso un corno! —

Improvvisamente era caduto il freddo intenso che ci aveva tenuti in fresco per una quindicina di giorni. Ed era nevicato. Ne era venuta giù, turbinando tra fischi di vento, per giorni e notti, quanta non se ne vedeva da anni. Non si scorgeva altro, di colore diverso, che lo sporco dei muri e gli occhi neri di porte e finestre. Tut­to il resto, a perdita d'occhio era bianco accecante.

La gente aveva dovuto uscir con vanghe e praticare dei passaggi dentro i quali, così alti erano! ci si scontra­va d'improvviso.

Io m'ero rintanato dentro e non uscivo ormai da tre giorni. Giù, in trattoria, anche la sera venivano rare per­sone. Ci stavano poco, perché con  quel tempaccio da lu­pi il vino era preferibile berselo accanto al focolare per poi andarsene di filato a letto evitando di prender fred­do e magari pure un malanno. Così non avevo motivi di svago e di distrazione. Me ne stavo con una coperta sul­le ginocchia, le sigarette a portata di mano e leggevo leggevo.

Era già notte e don Sebastiano m'era venuto a tro­vare.

— Beato voi! Vi siete chiuso dentro e chi campa cam­pa e chi muore muore! — Aveva esordito.

— E' morto qualcuno? —

— Nessuno, per grazia di Dio. Ma il sorvegliato s'è presa una polmonite e il Campolese, Bellopò e Cucchiarella sono andati con questo tempo a X... per comprargli le medicine. E' complesso d'inferiorità, questo? —

-  Sono rientrati? —

— Macché! Ed è da stamattina, che sono partiti! -

— Siete preoccupato? —

— E chi non lo è, tranne voi, in paese? —

— Non sapevo. E il dottore? —

— Sfoga il suo complesso d'inferiorità tenendo com­pagnia al sorvegliato. A mezzogiorno gli ha fatto bol­lire una gallina! —

— Vogliamo andarci anche noi? —-

Don Sebastiano esitò, prima di dirmi che in paese stavano preparando delle fiaccole per andare incontro a quei tre.

— Ci vado anch'io — Aggiunse guardandomi in faccia assai significativamente. Ed io:

— Ho capito. E perché non ci faccia una brutta fi­gura, pensate che io dovrei far parte della comitiva, no? E va bene! —

Oltretutto, partecipare ad una spedizione notturna tra la neve, al lume delle fiaccole, mi pareva avventura anche suggestiva e piacevole.

Gli altri erano una diecina e tra essi il brigadiere dei carabinieri e due suoi militi. Avevano, con la teda, co­struito delle fiaccole fumose e profumate di resina. Pri­ma di partire, don Sebastiano ndò ad aprire la chiesa ed alcune donne corsero ad inginocchiarsi dinanzi al San­tissimo pregandolo perché i tre non avessero ad incon­trar pericoli e disgrazie.

— Gli ha fatto l'incanto, questo forestiero,, a mio fi­glio! — Piagnucolava la madre del Carnpolese. — Se lo sogna pure la notte! —

Era tutta una zona accidentata ed aspra, quella at­torno al paese. Don Sebastiano soleva dire che il primo ad andarci ad abitare doveva essere un santo o un ri­cercato dalla legge. Non se lo spiegava diversamente.

La strada si snodava a strapiombo su abissi franosi e raramente incontrava brevi pianure o aveva ai margini cespugli di elci Con la neve caduta tanto abbondante­mente e con la notte ormai avanzata, il pericolo d'andar a finire fuori della carreggiata non era improbabile an­che per uno che conoscesse ad occhi chiusi il percorso.

La notte era illune. E come avviene quasi sempre quando il cielo s'è scaricato di tutto il malumore, ac­qua o neve che sia, c'era un gran sereno. La neve scric­chiolava sotto i nostri passi. Stava gelando. Ed era uno spettacolo affascinante la luce delle torce sulla distesa nevosa e le figure nere degli uomini che le tenevano al­te e le cui cimbre danzavano su tutto quel biancore che si sperdeva nel manto della notte.

Quasi a turno, gli uomini gridavano di tanto in tan­to i nomi dei tre, e l'eco rimandava ingigantito il richia­mo. Ma le orecchie, tese a ricevere una voce, un lamen­to, non sentivano altro. Don Sebastiano, che per un buon tratto aveva pregato con una intensità e con una soffe­renza che gli si leggevano chiaramente in volto; depo­nendo il rosario suggerì d'intonare un coro, ed attaccò per primo la Montanara. Lo seguimmo, sperando che il canto giungesse ai tre e, se fossero in pericolo, li con­fortasse la certezza dell'aiuto che stavamo portando.

Poi, finalmente, sentimmo venirci incontro le loro voci. Tornavano esausti, ma sani e salvi.

Anche se avesse avuto il permesso, con tutta quella neve che stringeva il paese in una morsa di gelo e im­pediva alla corriera di raggiungerci, Traiani non avreb­be potuto andare a casa per il Natale.

Anch'io avrei trascorso la Festività lontano dalla fa­miglia, per la prima volta. Non mi sarei arrischiato a lasciare il paese.

— Sarete mio osplite! -— Gongolò 'don Sebastiano quando gli dissi del mio proposito. — Così anch'io non sarò solo! — Poi aggiunse, come se l'idea gli fosse ve­nuta allora allora e non, invece, chissà da quanti giorni:

-— Che ne dite? Ce lo facciamo in tre? —

Indovinai subito, ma glielo volli chiedere lo stesso, chi sarebbe stato il terzo. Traiani.

— Che ne dite? E' il complesso d'inferiorità? —

— Don Sebastiano! Gli dissi, fìngendo rudezza nella voce, come lo ammonissi. — Non dovreste cercare elogi. A voi dovrebbe bastare la soddisfazione della coscienza! —

Cos'è la notte di Natale in città? Animazione, luci, cibi ghiotti e la gioia, l'unica, nella famiglia. Ma la poe­sia, quella vera, c'è? Non ho ricordo di un Natale più bello di quel che trascorsi in quello sperduto paesello sepolto tra la neve; confortato dall'amicizia di quell'umi­lissima gente, insieme ad un prete e a un ladro.

Don Sebastiano aveva preparato il presepe in chie­sa. Lo avevano aiutato un pò tutti i ragazzini i quali era­no andati a scavare il muschio sotto la neve, e nel bosco a strappare alla scorza dei tronchi fasci d'edera.

Aveva gusti d'artista quel prete. C'erano sul suo presepe, angoli di poesia che mi riportavano all'infan­zia e alla scoperta del paesaggio in cui mi sarebbe pia­ciuto, ridotto alle proporzioni di quelle vecchie statuine

— ma ce n'erano anche dì nuove — starmene quieto a respirare l'odore fresco del muschio e a guardare l'ac­correre dei contadini con le braccia cariche di doni, e le loro donne procaci e generose; e avere accanto il «me­ravigliato » che non sa spiegarsi la voce e la luce che lo hanno svegliato dal sonno; e il monaco che si difende dall'assalto di un cane; e il profeta che in un antro re­gistra per i posteri l'evento divino, E poi, ancora, in un curioso, infantile miscuglio, il venditore di cravatte, il suonatore di fisarmonica, un cacciatore colla doppietta in spalla...

— Quanti anacronismi ha, il nostro presepe! — Rile­vai, mentre seguivo  il lavoro del prete.

— Anacronismi? Non li chiamerei così. Possiamo, volendo, trovare una giustificazione anche alla presenza, qua, di, diciamo, pastori, in tenuta spaziale... Conside­rate che la nascita di Gesù fu evento universale come nessun altro, che la sua influenza non fu limitata ad un solo periodo di tempo, ma a tutto il tempo passato, pre­sente e futuro. Sul nostro presepe questa verità è detta con semplicità. Vi sono rappresentate tutte le epoche: uomini delle caverne e cosmonauti si incontrano là dove il tempo ebbe inizio, alla presenza di Dio nella cui mente tutto è presente. Perciò mi piace fare il presepe calabre­se con tutti questi che voi dite anacronismi; e non, inve­ce, un presepe che rappresenti una sola epoca ed escluda le altre. Gesù è più universale qua che altrove, e sarà più contento qua che altrove! —

Era una verità accettabile non solo per se stessa e quanto di poetico conteneva, ma anche per il candore con cui don Sebastiano la enunciava, per la convinzione che c'era nelle sue parole e nel tono con cui le profferiva.

Salivano già dall'alba, alla vigilia, sottili fili di fu­mo azzurrognolo dai comignoli, e spargevano l'afrore del­le zeppole a galla, gonfie e dorate, sull'olio friggente. Sul­la montagna grigia, percorsa da bave di nebbia, vicino agli stazzi, i caprari sgomberavano la neve per lo spiazzo e accatastavano la legna per il focone di mezzanotte.

Verso sera un episodio mi commosse e — me lo dis­sero a tavola — commosse pure Traiani. Malgrado il fred­do e la neve, c'era stata animazione fino all'imbrunire, per le vie. Poi, raso terra, era arrivato un filo di tramontana e la gente era rincasata anticipando di qualche ora l'intimità familiare. Il paese s'era vestito d'un manto di silenzio, quando già ci si accingeva a sedere attorno al cenone, si udì bussare. Ad ogni bussata seguiva uno scoppi di voci gioiose e in poco tempo tutto il paese si rianimò. Di porta in porta correva la notizia che una ventina di emigrati erano giunti e i loro nomi — Zaccaranoj Tombolà, Petruzzello, Caraffa... passavano di bocca in bocca. Accorrevano, festanti e premurosi, gli amici e recavano loro il benvenuto e s'abbracciavano e si baciavano fraternamente.

— Con tutta questa neve! —

— E che vi pareva? Che arrivavo dalla Germania e me ne sarei tornato indietro? Anche due metri, ce ne po­tevano essere! —

Ci fu una festa nella festa.

Sigarette, dolci, una ricchezza insperata era venuta sulle spalle di quegli uomini, chiusa nelle valige, a far lieta la serata. Ne godemmo anche noi, perché a don Se­bastiano ne toccò. La portavano i ragazzini, insieme ai saluti. Ed il buon prete, per ricompensarli senza parere, lasciava cadere qualche spicciolo nel borsellino della strenna, che avevano appeso al collo come un abitino.

Traiani in casa di don Sebastiano esordì con una bat­tuta di spirito. Appena arrivato, si guardò' attorno: ostentatamente curioso, poi domandò: — Niente candelieri d'argento? —

II prete capì a volo e lo seguì su quel terreno facen­do un gesto desolato, fìngendosi spiacente: — Che vole­te? Non sono un vescovo. Dovrete accontentarvi d'altro. Scegliete voi, senza tanti complimenti! — Proseguì, dopo una breve pausa: -— Siete di spirito. Dovete aver letto parecchio. —

— Come passerebbe, diversamente, il tempo, in car­cere? —

— Sentite. Lasciate stare i tristi pensieri. Per questa sera consideratevi uno qualunque. Uno di noi. Sediamoci e mangiamo. Sappiate, però, che sulla nostra tavola, per me e per voi, c'è roba mandatami un pò da tutto il pae­se. Sia lodato Iddio! —

E fu davvero un pranzo piacevole, non solo per quel che si mangiava, ma per i tanti discorsi che si fecero e che don Sebastiano infiorava con le sue battute e le sue idee e i suoi ricordi.

Traiani, mentre mangiava, doveva contare tra sé e sé le varie vivande, perché alla fine disse: — Sono state proprio tredici, come mi disse il Campolese. —

— Vedo che vi ha istruito sulle nostre usanze! — -Dissi. E don Sebastiano: — Vi si è affezionato! —

— E' vero, reverendo. La sera che arrivai — e mi durò per più giorni — mi ero sentito smarrito. Temevo che il paese mi sarebbe stato ostile e che avrei dovuto trascorrere solo, appartato e schivato da tutti, il tempo. Invece ho trovato buona gente! Vi sono dei momenti in cui sento che mi converrebbe restarmene qui per sem­pre e rifarmi la vita. —

— Ma che avete da dirvi, col Campolese, che state tutto il tempo insieme? —

— Il curioso è questo, che a parlare sono quasi sem­pre io. Lui se ne sta zitto e spesso pare nemmeno mi ascolti. Si direbbe che sopporti la mia compagnia ed in­vece è lui a venir a cercare me. —

— Non dovete stupirvene. Come lui sono la gran parte dei calabresi. Taciturni, per natura e non per po­sizione. —

— Vi confesso che i primi giorni sono stato in so­spetto. Non mi convincevano tutte quelle premure. La sera del mio arrivo, passi, poteva pure essere curiosità. Ma dopo? Pensavo che sotto sotto ci potesse essere qual­che interesse, che il Campolese, un giorno o l'altro si sa­rebbe scoperto e m'avrebbe proposto di fare qualche col­po in società. M'è durata fino a quella polmonite. Allora ho capito che lui, e gli altri che erano andati con lui, erano disinteressati, buoni e generosi per natura. Però mi son convinto anche di un'altra cosa: che mi ucciderebbe­ro senza un attimo di esitazione, se io facessi loro un torto. E' vero? —

Poiché don Sebastiano esitava a rispondere, lo feci io.

Dissi: — E' probabile. L'amicizia che offriamo non accetta de'ssere ripagata con moneta falsa! —

Si sentì nella notte, un concerto di zufoli, Dapprima lieve e lontano, come giungesse da zone astrali, poi forte e vicino.

— Venite. — Ci invitò don Sebastiano, andando alla finestra.

La commozione ci prese tutt'e tre. La poesia del Na­tale, che in Calabria varia da paese a paese, là si espri­meva con una miriade di fiammelle naviganti in gusci d'uova e di noci disposti sui davanzali delle finestre, a centinaia. E gli uomini, affacciati, accompagnavano col suono degli zufoli la ninna nanna al Bambino cantata dalle loro donne e dai loro figlioli.

Don Sebastiano aveva le lacrime agli occhi. E pure noi, io e Traiani, ci sentivamo vibrar dentro una com­mozione e sentivamo gli occhi umidi d'un pianto tratte­nuto.

— Guardate là! — Don Sebastiano, ancora, ci indicò la montagna. Tra la neve s'alzavano le fiamme dei falò attorno ai quali i caprari gonfiavano gli otri sonori.

— Gesù! — Pregò don Sebastiano. — Dove, meglio di qua, stanno salutando il vostro primo vagito? A Roma, a Londra, a New York? Vi rendono migliore omag­gio, principi e governanti? —

Pensai: — Se continua, finirò col piangere! —

Continuò. Disse: — Gesù, benedite questa loro notte. Meritano, perché sono poveri, Direte: «Ma mi bestem­miano! » D'accordo. Ma voi sapete pure che lo fanno solo con le labbra, il cuore dice tutt'altro... Ogni domenica e le altre feste comandate vengono a Messa, tutti... Tranne quella coda del diavolo che dice di credere nel Grande Architetto dell'Universo! ... Gesù, chi è? E' vo­stro avversario Colui che ha messo nell'anima di questa gente tanta poesia; che ha fatto l'alba rosata e il tramon­to di fuoco e il sole e lucenti le stelle? Gesù, chi ha crea­to il mare e le montagne e ci ha dato la primavera e l'e­state e l'autunno e l'inverno? ... E' questione di nome, o mi sbaglio? Lui vi chiama Grande Architetto ed io Crea­tore. C'è differenza? ... Benedite, benedite anche lui. —

 

 

Pure Traiani andò alla messa di mezzanotte. S'era ricordato della ragazza che alla vigilia di San Nicola lo aveva visitato, e aveva cercato di rivederla.

La vide, infatti. Ne incontrò lo sguardo grigio improv­visamente, mentre faceva vagare il suo nel coro delle donne tra i banchi della navata centrale. Nella debole luce delle lampade, il volto di lei era brunito e le om­bre davano alla sua bocca una rotondità sensuale tur­bante.

Ella abbassò lo sguardo ed il capo arrossendo e Traiani gongolò soddisfatto. Per tutta la durata della funzio­ne, non ebbe altro in testa che cogliere le occhiate furItive, timide,  che la ragazza, stordita per la prima volta da pupille che la cercavano in mòdo insolito, gli indiriz­zava, subito pentita della propria audacia; e provocare, con l'insistenza del suo sguardo, i rossori di quel volto verginale.

— Ci cascherebbe, certo! — Pensava. E almanaccava progetti per incontrarla da solo a, solo, e non supponeva quanto facile conquista sarebbe stata.

Quando la mattina che s'era messo in giro per il paese sperando di incontrarla dopo quella rapida e timo­rosa visita, era passato nel suo vicolo, ella lo aveva vi­sto e s'era d'improvvi.o sentita in tumulto il cuore ed un flotto di sangue le era salito al volto avvampandoglie­lo. S'era ritirata precipitosamente da dietro i vetri per non farsi scorgere ed era corsa a nascondere il rossore alle fiamme del focolare.

Aveva dedicato parecchi pensieri, a quell'uomo. Dal primo momento in cui si era sparsa la voce del suo ar­rivo, ella aveva cercato, dapprima per curiosità, di cono­scere sue notizie sforzandosi di immaginarselo attraver­so le descrizioni di chi lo aveva già incontrato. Si senti­va attratta per quel mistero che circonda le persone sco­nosciute e c,he è di ogni forestiero che capiti per la pri­ma volta in un paese. Si ignora tutto, di lui, e si è por­tati ad attribuirgli personalità e virtù che potrebbe non avere.

Traiani era un .ladro tenuto d'occhio, controllato, dal­la legge. Ella lo sapeva, ma questo; non lo aveva discre­ditato ai suoi occhi. L'aveva, invece, mossa a pietà, inte­nerendola. Poi lo aveva visto e le era piaciuto. Era bello e ben vestito e non le pareva potesse essere un volgare delinquente. Era stata la sua cattiva stella a condurlo sul­la brutta china Avrebbe voluto saper tutto, di lui. E quando se ne parlava tratteneva tutte le parole cercando, attraverso quei discorsi, di conoscerlo il più possibile. Ed ogni parola buona che gli veniva dedicata, era quella che nella sua anima si ingigantiva sommergendo ed annul­lando quanto di negativo precedentemente vi si era depo­sitato.

La sera che, per un impulso, s'era spinta ad andarlo a trovare, l'averlo sentito parlare e l'aver visto: dove abitava, l'aveva eccitata e stordita. Ed era rimasta agitata per tutta la notte, parendole d'aver perduto qualcosa che pure non le dispiaceva d'aver lasciato a lui così solo, bel­lo e sfortunato.

Ma era sposato ed ella doveva tener celato il proprio segreto. E questo, seppur doloroso, era anche piacevole e bello.

Si chiamava Annamaria. Viveva con la madre, una donnetta sottile che aveva sofferto di malattia polmona­re, ed una sorella. Il padre era emigrato e lavorava giù nelle miniere del Belgio. All'orto che avevano accanto al fiume erano rimaste loro donne, a badare. Annamaria aveva per questo le mani grandi e dure. Andava pure nel bosco, a far legna insieme alle compagne. E senten­dole parlare delle prime occhiate che i giovani comincia­vano a dedicar loro, sentiva l'invidia torcerle il cuore insieme al desiderio d'aver lei pure un giovane che la desiderasse e le passasse fischiettando e fumando sotto la finestra.

Era un desiderio che la tormentava, che a volte le pa­reva di sentirsi correre nel labirinto delle vene, sciolto sangue, e che non osava confidare a nessuno per quel pu­dore con cui; insieme al corpo, era stata abituata a tener segreti anche i pensieri d'amore che le erano sbocciati coi primi sintomi della femminilità.

La malattia della madre, sebbene trascorsa, aveva la­sciato un seguito di timore. La sua casa rimaneva per gli estranei focolare di contagio e le persone che l'abitavano veicoli d'un male di cui non ci si sbarazza mai definiti­vamente. Così, tra la ragazza e loro, i giovani paesani avevano alzato un muro d'indifferenza sessuale che ella inutilmente sognava di poter superare aiutata dalla pro­pria giovinezza sana e bella. E forse proprio in questo esilio in cui ella si sentiva costretta, era germogliata la sua passione per Traiani. L’uomo che ignorava tutto di lei e che perciò era sgombro di pregiudizi e di timori, pote­va essere l'altro capo d'una corrispondenza amorosa, la valvola di sfogo d'un sentimento a stento represso. Non c'era alcunché d'impuro, in tutta quell'ansia, ed ella le si abbandonava con la coscienza tranquilla.

Quella notte, durante la messa, s'era sentita sconvolgere fin nelle viscere. Aveva i suoi sguardi e nel cuore le era entrata una felicità frenetica, per cui si sarebbe messa a correre e a gridare da pazza. Più di quando allo specchie aveva visto, giorno per giorno, crescere sul pro­prio corpo i segni della femminilità e s'era sentita pene­trare l'orgoglio d'essere ormai nell'età in cui fioriscono i sogni ed il sesso comincia ad avere un suo preciso signi­ficato, gli sguardi con cui egli la cercava ansioso le con­fermavano che era ormai donna, completamente donna, e che piaceva ed era desiderata.

Era una meravigliosa dichiarazione, una conferma da­ta alle sue speranze. E gli restava grata.

Traiani uscì insieme agli uomini e sul sagrato attese che ella pure venisse fuori. Ma non potè seguirla, per­ché il Campolese e Bellopò gli si erano messi al fianco e lo spingevano verso la casa di quest'ultimo per chiude­re con un pugno di pignolata ed un bicchierino di Strega la vigilia.

Il pomeriggio di Santo Stefano, mentre nella chiesetta, a porte chiuse, assistiti da don Sebastiano che, co­me per l'elezione del Papa, aveva invocato la discesa sul loro capo dello Spirito Santo, i confratelli della Congrega del Cuore di Gesù eleggevano il nuovo Priore; dal cielo, che s'era fatto grigio e basso, venne giù a torrenti la pioggia. La salutammo con gioia, come una liberazione. Finalmente si sarebbe sciolta tutta quella neve, saremmo tornati liberi di andare e venire, avremmo ricevuto la posta e, quel che più cominciava ad importare, i nego­zianti avrebbero potuto rifornirsi. I negozi, dopo tanti giorni di isolamento, mostravano le scansie quasi vuote e cominciavamo a preoccuparci. Vero è che la sera prima un'auto montata della polizia stradale era arrivata fino a noi recando pacchi medicinali richiesti per telefono dai carabinieri, e due o tre quintali di pasta distribuiti per conto della Prefettura ai più poveri.

Il ventinove tornò la corriera e quando ripartì mi aveva a bordo, unico passeggero.

Tornai lassù alla ripresa delle lezioni. Di novità solo nua, comunicatami per primo dall'autista della corriera: Traiani, un paio di giorni prima, era partito per Roma, Doveva testimoniare in un processo.

— Tornerà fra una diecina di giorni. — Mi disse il Campolese, giù in trattoria. E aggiunse che se Peppe Zangari si fosse messo nel frattempo d'accordo con uno di X per l'acquisto d'una millequattro, Traiani sarebbero an­dati a prenderlo alla stazione di Sant'Eufemia.

Ma vi ha stregato! — Non mi trattenni dall'escla­mare, perché ormai tanta generosità mi pareva stesse as­sumendo proporzioni esagerate,

_ Perché? —

— Perché lo sapete chi è, no? —

— E con qriesto? Fin che si fa gli affari suoi per me è un amico! —

— Ma voi lo avete trattato così fin dal primo giorno!

—- E' vero! —

— Mi dite perché? —

— Perché mi fece simpatia. Ed era solo! —

— E quanta gente di questo paese — scattai — è so­la e nessuno gli regala un pò di compagnia? Volete che ve li conti ad uno ad uno?

Mentre mi sforzavo di ricordare i nomi e pronuncian­doli li enumeravo sulle punte delle dita, il Campolese e gli altri, forse intenti a trovare una risposta, e meglio ancora una giustificazione a quel che per le mie parole doveva ora sembrare una colpa, stavano zitti.

Mi accorsi di essermi fatto concitato. Sorrisi sforza­to, salutai e andai via.

Il Campolese e gli altri, sebbene avessero concluso l'affare ed avessero la millequattro, non dovettero andare alla stazione per ricevere Traiani. Non sarebbe tornato più. Lo appresi dalla cronaca di Roma che ora, per un vago presentimento, avevo preso l'abitudine di leggere ogni giorno.

Lo avevano arrestato dopo un lungo e drammatico inseguimento per le vie della Capitale, una notte che era stato sorpreso a bordo di un'auto rubata. Dovettero sparargli nelle gomme per fermare la sua pazza corsa.

Non ebbi il coraggio di dirlo al Campolese e agli al­tri. Aspettai che lo sapessero dai carabinieri. E non gli dissi, quando fu il momento, quel che pensavo d'un fatto che mi era stato riferito dall'autista della corriera: quan­do era partito, giunto sul punto più alto della strada, da dove l'abitato si vede come un minuscolo presepe grigio, Traiani aveva voluto recendere, si era fatto sul ciglio della strada e s'era sbarazzata la vescica dirigendo lo schizzo verso il paese.
 
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